Siamo così affascinati dai supereroi che ormai ci sembra di vederli ovunque, perfino dal fruttivendolo e al supermercato. Li chiamano superfrutti. Sarà per i loro colori sgargianti o forse per quei nomi così esotici (garcinia, acaj, aronia…). Fatto sta che sembrano usciti dalle pagine di un fumetto e, anche se non portano mantelline e calzamaglie, vantano poteri al limite della fantascienza. Promettono di salvarci dall’invecchiamento, dalle malattie, dal colesterolo e dai chili di troppo. Per chiamarli in azione sembra che bastino un morso, un sorso, una pillola, oltre che un generoso portafoglio. Ma esistono davvero o sono solo prodotti della nostra fantasia, come gli eroi della Marvel?

Superfrutti: le nuove mode alimentari

In realtà non c’è una definizione normativa e legale di che cosa sia un superfrutto, come spiega Renato Bruni, professore associato di botanica farmaceutica presso il Dipartimento di scienze degli alimenti e del farmaco all’Università di Parma. «Il termine superfrutto è stato sdoganato un po’ di anni fa da ricercatori che avevano evidenziato le proprietà salutistiche di certi alimenti come i mirtilli. Da allora è entrato nell’uso comune per indicare quei frutti ricchi di antiossidanti, polifenoli, fibre, vitamine, sali minerali o altri composti considerati utili per la salute».

Ma quanto devono essere «ricchi»? Non si sa, non ci sono valori soglia stabiliti. Perciò questa definizione di superfrutto, generica e del tutto arbitraria, ha dato vita a effimere mode alimentari. Si stima che la notorietà di un superfrutto duri in media quattro-cinque anni, con tempistiche di mercato sovrapponibili a quelle dei cosmetici. Al pari di rossetti e fondotinta, anche i superfrutti vengono acquistati sulla spinta di una forte motivazione psicologica. Metterli nel carrello della spesa ci aiuta in un certo senso a definire la nostra identità. «Il consumatore medio vuole comprare e mangiare prodotti che lo distinguono dalla massa, che lo rendono interessante». «Alla macchinetta del caffè con i colleghi nessuno di noi racconta di aver mangiato una pera, mentre è più facile che scatti una conversazione se abbiamo mangiato un frutto esotico che gli altri non conoscono».

Superfrutti: vantaggi azzerati se non si correggono gli stili di vita  

Non bisogna poi trascurare la nostra continua ricerca dell’elisir di lunga vita e di prodotti «miracolosi» che ci aiutino a sentirci bene. Una tensione positiva, sottolinea l’esperto, «purché non diventi l’alibi per continuare a seguire un’alimentazione scorretta e uno stile di vita disordinato credendo che tanto poi arriverà l’alimento o l’integratore a risolvere tutti i nostri problemi». Prendiamo ad esempio un frutto di moda qualche decennio fa e ormai entrato di routine nella nostra alimentazione: il kiwi. Potremmo definirlo «super» perché 100 grammi assicurano il 100% del fabbisogno giornaliero di vitamina C. Questa affermazione però può essere fuorviante se ci induce a pensare che consumare un kiwi al giorno sia sufficiente per avere una sana alimentazione.

GarciniaUn altro esempio lampante? La garcinia, il frutto di una pianta subtropicale originaria dell’Indonesia. «Viene reclamizzato come dimagrante perché contiene l’acido idrossicitrico che regola il metabolismo dei grassi». «Sono stati condotti molti studi a riguardo, sia su persone sovrappeso che obese. Si è così osservato che, a parità di dieta, chi consuma garcinia per circa tre mesi perde 900 grammi di peso. Numeri alla mano, possiamo dire che ha un effetto dimagrante, ma se quelle stesse persone avessero regolato l’alimentazione e lo stile di vita, probabilmente avrebbero perso più peso spendendo meno soldi».

Scelte poco economiche 

Allora perché aprire il portafoglio (e inquinare l’ambiente per il trasporto di questi frutti tropicali) se possiamo ottenere gli stessi effetti a chilometro zero? La domanda sorge spontanea se consideriamo anche un altro famoso superfrutto, l’aronia melanocarpa. Per chi non l’avesse mai vista, si tratta di una bacca sudamericana di colore viola e ricca di vitamina K, forse una delle vitamine meno note al grande pubblico ma comunque preziosa per la coagulazione del sangue e la calcificazione delle ossa. Secondo la Società italiana di nutrizione umana, gli adulti dovrebbero assumere dai 140 ai 170 microgrammi di vitamina K al giorno, un apporto che viene raggiunto facilmente da qualsiasi europeo che segua una dieta equilibrata.

«Se non abbiamo mai sentito parlare di vitamina K non significa che sia un elemento raro e difficile da trovare». «In realtà è presente in moltissima frutta e verdura. L’aronia melanocarpa contiene 1,3 microgrammi di vitamina K per 100 grammi di prodotto. Le prugne secche ne contengono 60 microgrammi. Traducendo il contenuto in costo, stando ai prezzi di mercato, un microgrammo di vitamina K dell’aronia costa 0,16 euro. Lo stesso quantitativo assunto con le prugne secche costa 0,02 euro».

Superfrutti: nessuna pianta può fare miracoli  

 Superfrutti acaiI frutti tradizionali e un po’ noiosetti se la giocano alla pari anche con un altro superfrutto accattivante: quello dell’açaí (Euterpe oleracea). Si tratta di una palma dell’Amazzonia diventata «trendy» una decina di anni fa per il suo elevato contenuto di antociani, che sono pigmenti ad azione antiossidante. Nel 2009 «le vendite sono cresciute del 32% e l’açaí, da frutto energetico con l’optional degli antiossidanti, è diventato una panacea per migliorare lo status cognitivo, curare le allergie, ritardare l’insorgenza del cancro, combattere l’invecchiamento, prevenire le malattie cardiache, migliorare la vita sessuale, agire da antistress e favorire il dimagrimento».

Sicuri che sia davvero una panacea?

Ma il suo contenuto di antiossidanti giustifica tutti questi poteri? Si stima che 100 grammi di frutto fresco possano fornire da 600 a 1.000 milligrammi di antociani, a seconda della maturazione e della zona di provenienza. Se ci guardiamo intorno, però, «scopriamo che tra le fonti fresche più ricche di antociani ci sono:

  • i mirtilli (350-400 milligrammi ogni 100 grammi),
  • le more (250-300 milligrammi),
  • il ribes nero (450 milligrammi),
  • il sambuco (oltre 1.300 milligrammi)».

«Considerando le porzioni reali di consumo, è facile raggiungere con questi alimenti lo stesso apporto di antociani forniti dall’açaí, spesso a un prezzo inferiore: il frutto integro di açaí, del resto, è praticamente introvabile».

Il noni

NoniE avete sentito parlare del noni? «È un frutto simile a una patata bitorzoluta verde, prodotto dalla pianta Morinda citrifolia tipica della Polinesia». «Alla fine degli anni Novanta è stato pubblicizzato dall’imprenditore che lo produceva in una sorta di monopolio come un frutto portentoso efficace contro gotta, dolore e artrite, capace di prevenire cancro, diabete, epatite e ischemie, oltre che efficace nell’aiutare la cicatrizzazione e nello stimolare le difese immunitarie. Peccato che gli studi scientifici portati come prova non fossero mai stati condotti sugli esseri umani, ma solo in provetta o sugli animali da laboratorio. Tra l’altro si diceva pure che il noni contenesse una sostanza alcaloide benefica, la cui presenza però non è mai stata dimostrata».

Superfrutti: le evidenze scientifiche del cranberry o mirtillo rosso americano

In alcuni casi, invece, i superfrutti hanno reali benefici dimostrati da studi scientifici seri condotti anche sull’uomo, come il mirtillo rosso americano (chiamato anche cranberry). Famoso come rimedio contro la cistite e le infezioni urinarie ricorrenti, «il cranberry funziona realmente, ovvero alle giuste dosi ha un effetto dimostrato». «Inserito nella complessità della vita reale, però, quel “funzionare” può avere declinazioni diverse, nessuna delle quali coincide con un’eliminazione alla radice delle infezioni delle vie urinarie e ciascuna delle quali dipende dalle aspettative delle persone. Immaginiamo di incorrere mediamente in una ricaduta all’anno. Dovremmo acquistare e assumere cranberry regolarmente per quasi tre anni prima che questo ci regali una ricaduta di meno».

Funzionano gli stili di vita, non i singoli alimenti

Vari studi scientifici dimostrano che raramente il singolo nutriente può determinare una riduzione del rischio di qualche malattia superiore al 10 per cento. Se consideriamo il cumulo di tutte le cause di morte «la riduzione dovuta a un singolo agente è dello 0,005% contro il 20-30% assicurato dalle famose cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura. Questo perché a funzionare è sempre la squadra, non il singolo».

L’antenato degli eroi moderni? Il pomodoro

Il primo superfrutto della storia è stato il pomodoro. Lo racconta il botanico Renato Bruni nel suo libro Bacche, superfrutti e piante miracolose, edito da Mondadori. Tutto è cominciato agli inizi dell’Ottocento negli Stati Uniti, dove il pomodoro era ancora considerato come una pianta ornamentale poco adatta alla cucina. Attorno al 1815 il medico John de Sequeyra introdusse il frutto nella dieta dei suoi pazienti, sostenendo che «una persona che consuma pomodoro a sufficienza non morirà mai» e trovando in Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti, un importante testimonial.

Un suo collega, Alexander Hunter, iniziò a proporne l’uso per la cura delle malattie del fegato e nella depurazione del sangue. Così, a forza di aggiungere opinioni e pareri, il pomodoro diventò quello che oggi definiremmo un cibo-farmaco. La sua fama raggiunse il culmine con le tomato pills, pillole di pomodoro. Tra il 1835 e il 1840 ebbero uno straordinario successo commerciale, rivelandosi poi nient’altro che lassativi senza neanche la minima traccia dell’ortaggio.

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